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AA. VV., Diario di Repubblica. Le parole del 2005, Gruppo editoriale L’Espresso, 2005.
È da poco uscito in edicola un interessante volume, pubblicato da Repubblica a prezzo appetibile (12.90 euro), che raccoglie tutti i “Diari” pubblicati dal quotidiano nel corso del 2005. Come sottolinea il direttore Ezio Mauro, il Diario di Repubblica (che esce periodicamente nelle tre pagine centrali del giornale) nasce per aiutare il lettore a orientarsi nell’intelligenza degli avvenimenti, per rispondere…
È da poco uscito in edicola un interessante volume, pubblicato da Repubblica a prezzo appetibile (12.90 euro), che raccoglie tutti i “Diari” pubblicati dal quotidiano nel corso del 2005. Come sottolinea il direttore Ezio Mauro, il Diario di Repubblica (che esce periodicamente nelle tre pagine centrali del giornale) nasce per aiutare il lettore a orientarsi nell’intelligenza degli avvenimenti, per rispondere giornalisticamente a un bisogno di sapere organizzato, a una necessità di conoscenza. Ogni volta viene scelta una parola, emblematica di un periodo, nucleo di una discussione pubblica o di una vicenda politica in atto, la quale viene non solo declinata in termini di attualità, ma approfondita in senso storico. Il libro costituisce dunque una sorta di miscellanea, una micro-enciclopedia di qualità: ogni singola voce contiene una definizione d’autore della parola-chiave, lo svolgimento del tema da parte di tre specialisti in materia (scelti spesso al di fuori delle firme del giornale), una nutrita bibliografia e filmografia e alcune citazioni storiche in appendice, il tutto corredato da immagini che testimoniano una ricerca iconografica non banale. Il Diario, consultabile sul sito repubblica.it, costituisce una ricca e approfondita strumentazione culturale, che fa uscire il quotidiano dalla sua naturale dimensione di “effimero”. Le parole del 2005, per citare il sottotitolo del libro, sono le più disparate e sono riproposte in ordine di uscita, con un indice iniziale che ne facilita la consultazione. Si va dai personaggi storici o della cultura e della letteratura (Alessandro Magno, Franco, Che Guevara, Pasolini, Sartre, Don Chisciotte), a fatti storici o di cronaca (Norimberga, Watergate, Tatcherismo, Perestrojka), ad argomenti geografici e ambientali (India, Iran, Libano, Medio Oriente, Tsunami, uragano), ad approfondimenti su categorie o termini storico-filosofici (dittatura, monarchia, socialdemocrazia, protezionismo, fede, relativismo, scientismo, legalità). (a.s.)
E. Bellone, La scienza negata, Codice Edizioni, Torino 2005.
L’autore, già brillante ospite dei Giovedì culturali, ha pubblicato in questo agile volume le riflessioni che ha maturato sullo stato della ricerca nel nostro Paese. Con toni pacati ma inesorabili argomenta sul fatto che, nel generale atteggiamento antiscientifico che caratterizzerebbe la cultura del Novecento, il caso italiano costituisce un suicidio non solo scientifico ma politico ed economico. Sembra chiedersi come sia possibile che l’atteggiamento antiscientifico, in quanto antirazionalistico, non sia stato sufficientemente denunciato dagli stessi uomini di scienza laddove si faccia una ricognizione tra autori, largamente pubblicati e lusingati, che hanno attribuito alla matematica e alle scienze l’origine di tutti i più grandi crimini del Novecento. A suffragare la sua tesi sul declino dell’Italia, sono gli indici statistici relativi alla ricerca e alla innovazione. “La consolazione è fallace: là dove l’Italia è al 45° posto, la Germania è al 14° e la Francia al 20° [...] per le reali capacità di sviluppo e innovazione” (p. 117) L’Italia sembra consolarsi del fatto di essere al terzo posto per la diffusione dei telefonini, ma in realtà quanti “hanno predicato sulle modalità alienanti e pericolose della conoscenza scientifica” (p. 118) hanno ormai raggiunto un risultato difficilmente reversibile. (f.b.)
A. Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza 2005.
Il volume di Del Boca ripercorre alcune delle pagine più nere della storia d’Italia, dalla “guerra al brigantaggio” fino alla “resa dei conti” del secondo dopoguerra. Si tratta di pagine legate soprattutto alle guerre coloniali, alle due guerre mondiali, oppure agli episodi di “guerra civile” nel passaggio dal fascismo alla Repubblica, dalle quali emerge un’immagine collettiva assai diversa dal luogo comune “italiani, brava gente” con cui spesso amiamo scusare le nostre scarse capacità militari, la nostra faciloneria, oppure tentiamo di esaltare alcune nostre supposte virtù, come la simpatia, la generosità o l’umanitarismo. A casa nostra e in giro per il mondo abbiamo trucidato prigionieri, massacrato le popolazioni civili, utilizzato armi proibite dalle convenzioni internazionali, abbiamo deportato intere popolazioni in campi di concentramento con una mortalità da fare invidia ai lager nazisti, abbiamo usato la tortura e siamo stati ottimi collaborazionisti. Tuttavia i crimini di guerra, come ad esempio quelli imputati ai vari Roatta, Graziani e Badoglio, non sono quasi mai stati riconosciuti e perseguiti; anche il pur duro trattato di pace inflitto all’Italia dagli Alleati (10 febbraio 1947 - oggi “giorno del ricordo”) è stato considerato dai più, grazie forse alla corta memoria, come del tutto arbitrario e immotivato. Dove eravamo? Una compiacente rimozione collettiva continua a sollevarci dalle nostre responsabilità, dal dovere di fare i conti con la storia, e ci consente tuttora di baloccarci con il mito degli “italiani brava gente”. (g.r.)
G. Preterossi (a cura di), Le ragioni dei laici, Laterza, Roma Bari 2005.
Nel dibattito attuale su laicità e invadenza ecclesiastica nella cultura politica del nostro paese si inserisce il bel volume collettaneo Le ragioni dei laici , dove per laici si intendono tutti coloro “che – non importa se agnostici, atei o credenti – rifiutano di fondare la politica, le istituzioni, la convivenza civile su basi teologiche, fideistiche; tutti coloro che nel discorso pubblico fanno proprio un orizzonte etico-culturale non ‘assoluto’, che contempli la pluralità delle ragioni e degli argomenti, e l’apertura critica verso di essi; tutti coloro che non sono disposti a transigere sui diritti di libertà e sulla neutralità dello Stato verso ogni confessione religiosa, ciò che non significa affatto ostilità, ma anzi garanzia per tutti anche della libertà religiosa.” Nel volume compaiono scritti di Preterossi, Bodei, C. Galli, Remotti, Ferrone, Margotta Broglio, DeMauro, Magris, Scoppola, Riccardi, Fouad Allam, Foa, Dominijanni, Veronesi (in corsivo gli autori che sono già stati relatori qui da noi). Personalmente è quanto di più convincente ho letto sul tema. (g.g.)
F. Bimbi, Un’agenzia indipendente per la valutazione, RESET, I-II, 2006, pp. 64-68.
S. Zapperi - F. Sylos Labini, Quando l’università invecchia, Le Scienze, II, 2006.
Il problema dell’Università italiana, stressata da riforme, controriforme, inadeguatezze economiche e incertezze strategiche, continua a ripresentarsi sotto diversi angoli visuali. Il primo (della Bimbi) parte dalla constatazione, non nuova invero, che “il nostro sistema università-ricerca, è diseguale, male organizzato, sottofinanziato, chiuso ai giovani di talento: non risponde né alla crescita della domanda d’istruzione, né alle necessità di una competizione scientifica globale”. Per affrontare questi nodi due sono gli obiettivi: “la convergenza tra i sistemi europei di formazione e l’internazionalizzazione della ricerca. Il primo richiede confrontabilità dei curricula e comparabilità delle competenze; il secondo il raggiungimento di standard di qualità in ogni area disciplinare”. Il pregio del contributo risiede nell’articolazione e argomentazione dei vari passaggi. Ben palese nel titolo, il secondo articolo documenta, anche con confronti internazionali, come le conseguenze dello squilibrio demografico tra i docenti, stia per abbattersi – tsunami che arriva da lontano – sull’università italiana. Anche l’editoriale dello stesso fascicolo, a firma Bellone, si appunta amaramente sulle “due leggi di conservazione” dell’università. (d.f.)
S. Luzzatto, Bruno Vespa, il contastorie, MicroMega, II, 2006.
L’articolo di Sergio Luzzatto – storico di grande valore – al di là dell’argomento specifico di cui si occupa (la squallida falsificazione dei fatti di Via Rasella operata da Bruno Vespa negli ultimi due suoi libri), si raccomanda per la sua capacità di evidenziare quali siano i meccanismi subdoli, ma purtroppo assai efficaci, di produzione del falso storiografico, ovvero di uso mediatico e ideologico della storia. Fortunatamente il falso di Vespa è stato contestato proprio da uno dei protagonisti della vicenda di Via Rasella (il gappista Rosario Bentivegna) che ha saputo ribattere punto per punto – in un carteggio ora in pubblicazione presso le edizioni Manifestolibri – tutti gli stravolgimenti e le forzature. Luzzatto ripercorre sinteticamente la polemica tra Vespa e Bentivegna, esplicitando – oltre alla pochezza culturale dello stesso Vespa – la natura profonda del più generale disegno revisionistico mirante ad assimilare qualunquisticamente le varie parti in causa, mirando ad appiattire e a confondere in categorie amorfe tutti i punti di vista, i progetti politici, i valori di coloro che in passato si sono schierati e combattuti. Indubbiamente la produzione reiterata di simili “blob” storici non può che risultare funzionale alla diffusione della menzogna, alla distruzione delle capacità critiche e delle identità storiche, il tutto allo scopo di costruire una beata massa di consumatori di “storie”. (g.r.)
G. Paoloni, La battaglia della plastica. Ascesa e declino di una grande industria italiana, Le Scienze, I, 2006, pp. 98-105.
Si tratta di una documentata “ricostruzione della parabola dell’industria chimica in Italia, tra premi Nobel, intuizioni manageriali, errori strategici e intrecci politici e finanziari”. L’occhiello dell’articolo bene evidenzia il dramma: la parabola tra la creatività scientifica e industriale, il decadimento successivo culminato con la catastrofe finanziaria di fine anni Ottanta, a seguito delle sciagurate manovre politico finanziarie degli “scalatori del momento” intrecciatesi con Tangentopoli. Eppure nel secondo dopoguerra la Montecatini è gruppo d’eccellenza, che coglie l’opportunità di investire sui polimeri , utilizzando la geniale invenzione di Giulio Natta (qui in sintesi illustrata). Ma l’”assalto alla diligenza” inizia già negli anni Sessanta, con gli errori manageriali conseguenti alla fusione Montecatini Edison, promossa da Cuccia: due culture aziendali che non si integrano… fino ad arrivare nel 1997 alla cessione dell’attività della plastica alla Shell. (m.f.)
F. Venturini, Il kalashnikov nelle urne, Il Corriere della Sera, 24 gennaio 2006.
Scritto quando il successo di Hamas nelle elezioni in Palestina era solo una possibilità, denunciava il trionfo dei fondamentalisti in tante nazioni del mondo arabo. In palese riferimento critico alla tesi della democrazia da esportare propria di Bush, si chiedeva: “Che la democrazia vada costruita prima, e non soltanto attraverso le urne?” (f.l.)
G. Riotta, Europa, niente sconti all’odio, Il Corriere della Sera, 27 gennaio 2006.
Odio implacabile e omicida di innocenti, azione sociale meritoria tra la povera gente palestinese e reazione alla corruzione hanno determinato la vittoria di Hamas in Palestina. Come già gli Hezbollah in Libano e i partiti islamici in Turchia, anche quelli di Hamas potrebbero mutare, una volta al governo. “L’Unione (Europea) deve confrontare Hamas con risolutezza, pronta a cogliere ogni apertura, ma inflessibile davanti a odio, violenza, terrore. È l’unica strada, per impervia che appaia, verso la remota pace”. (f.l.)
A. Cazzullo, Islam e democrazia, le elezioni non bastano, Il Corriere della Sera, 27 gennaio 2006.
Intervista a Giuliano Amato. Contro il trionfo di Hamas non servono le “sanzioni”, sempre favorevoli ai dittatori. Si dimostra fallace la dottrina Bush sull’esportabilità della democrazia, che non è solo diritto di voto, ma anche garanzia delle minoranze e rinuncia alla violenza in vista della pace. È fatta, insomma, di valori condivisi fondamentali, non solo di regole del gioco. Non è del tutto pessimista sul futuro. “Non sarebbe la prima volta che un movimento armato si purifica nella democrazia. Sta accadendo agli albanesi in Macedonia, ad esempio”. (f.l.)
L. Cremonesi, Il leader di Hamas: “Legittimi i kamikaze”, Il Corriere della Sera, 14 gennaio 2006.
Intervista con il leader di Hamas, Mahmoud Zahar, alla vigilia della sua vittoria elettorale in Palestina. La linea dura verso Israele non era rinnegata affatto, ma già emergevano talune interessanti contorsioni politiche. “Chi parla con loro (gli israeliani) è destinato alla sconfitta. Ma lo potremmo fare via intermediari: in Europa, nel mondo arabo, tramite gli americani. Lo stesso Abu Mazen – il presidente palestinese – potrebbe occuparsene”. (f.l.)
AA.VV., Dopo le elezioni in Palestina, Il Diario di Repubblica, 30 gennaio 2006.
Traendo spunto dall’esito delle elezioni in Palestina, il quotidiano “La Repubblica” ha dedicato uno dei suoi Diari (monografie di tre-quattro pagine, con altrettanti articoli di specialisti) al tema della debolezza della democrazia, ovvero della sua espugnabilità da parte dei movimenti anti-sistema che, ottenendo il potere con il processo democratico di conquista della maggioranza, lo usano poi per instaurare regimi totalitari. Caso emblematico quello di Hitler nel 1933. Lo esamina Carlo Galli, già più volte nostro ospite in Associazione. Renzo Guolo, che ci auguriamo di avere a breve tra noi, critica le posizioni dei movimenti teo-con statunitensi, che hanno ispirato la teoria della esportabilità della democrazia del governo americano. Infine K. Fouad Allam si interroga sulla compatibilità tra Islam e democrazia, analizzando la situazione palestinese alla luce dei precedenti storici di Algeria, Turchia ed Egitto. (g.g.)
C. Augias, Dio ci guarda dal primo momento della vita, La Repubblica, 12 - 18 gennaio 2006.
Con qualche levità teologica, ma con altrettanto grande tempestività politica, papa Ratzinger ha ricordato recentemente che Dio ci guarda costanemente e, ancor più, conosce già tutto intero il destino di ciascuno di noi, fin dal momento della fecondazione. Si tratta, come ognun sa, di uno dei problemi più spinosi della teologia, intorno al quale si è arrovellato il pensiero religioso di ogni tempo e civiltà. Tra le conseguenze di questa uscita, segnalo un dibattito, veramente minimale, ma interessante, svoltosi nella rubrica “Lettere” di Repubblica. Un lettore veneziano ha scritto ad Augias riproponendo, in forma attuale, la scandalosa domanda di Giobbe. A sua volta Augias rispondeva ripercorrendo per sommi capi il dibattito filosofico intorno alla teodicea e lasciando aperta l’angosciosa domanda intorno all’indifferenza divina. La settimana successiva, in una bella lettera, un pastore valdese riprendeva l’argomento avanzando l’ipotesi – a partire dal rabbino Kushner – che “Dio non può essere queste tre cose insieme: buono, giusto e onnipotente. Se è onnipotente non è né buono né giusto. Se invece è buono e giusto dobbiamo concludere che non sia onnipotente “. La risposta alla domanda di Giobbe non c’è – conclude il pastore. Occorre allora stare accanto a chi soffre “accettandone, e talvolta perfino condividendone, le maledizioni contro Dio”. Poco consolante, ma chiaro e distinto. (g.r.)
M. De Caro, Se Dio sa tutto non sono libero?, Il Sole 24 Ore, 29 gennaio 2006.
Da qualche tempo si è ripresentata al dibattito culturale una serie di vecchi e intriganti problemi di natura teologica e filosofica: come è possibile conciliare un dio onnisciente con il nostro libero arbitrio? Tale questione è intrinsecamente legata a un’altra: come può un dio buono e onnipotente coesistere con il male (morale e naturale)? In uno stile lucido, De Caro offre una panoramica di tali “questioni mortali”, sottolineando la loro centralità non solo in contesto teologico o di filosofia teista ma anche per pensatori di impostazione laica e naturalista. E come sempre capita per i grandi temi del pensiero, è difficile dire di aver raggiunto un risultato stabile; c’è chi pensa (addirittura) che sia impossibile di principio giungere ad una soluzione. Se il problema della libertà e dell’onniscienza divina ha un sapore forse un po’ teorico, per gli addetti ai lavori, questo certamente non vale per la drammatica questione della teodicea, ovvero del “da dove il male, se Dio è buono?”. Anche in questo caso però vale la raccomandazione di fuggire da semplicistiche soluzioni e apprezzare lo svolgersi dell’argomentazione razionale. In questo senso mirabile (e densissimo) è Armin Kreiner, Dio nel dolore, Queriniana, Brescia 2000 dove gli antichi quesiti della teodicea vengono letti alla luce di soluzioni vecchie e nuove in un esempio di notevole profondità di analisi. (c.d.f.)
M. Dapor, Scopri chi sei con il dilemma del prigioniero, La Stampa tSt, 11 gennaio 2006.
La teoria matematica dei giochi, che ha già fruttato ben due premi Nobel, ancorché condivisi tra cinque economisti (J. Nash, R. Selten, J. Harsanyi, premiati nel 1994 per i loro contributi all’analisi degli equilibri nei giochi non competitivi, e T. Shelling e R. Aumann premiati lo scorso anno, il primo, per il suo contributo alla comprensione della strategia nei conflitti, e il secondo, per aver fornito una intelaiatura comune a tutte le scienze sociali), ha consentito di chiarire che, in un mondo di individui egoisti e in assenza dell’imposizione di una autorità superiore, è sufficiente che in piccoli gruppi si affermi una strategia cooperativa basata sulla reciprocità, perché col trascorrere del tempo essa si estenda all’intero sistema. Questo risultato, che ha trovato importanti conferme anche nel campo della teoria evoluzionistica (la cooperazione consente una maggiore sopravvivenza rispetto alla logica del ciascuno pensi per sé) è stato ottenuto simulando al calcolatore i processi della collaborazione: se entrambi i giocatori scelgono di cooperare come prima mossa e se per ogni mossa successiva entrambi scelgono di agire come ha agito l’altro giocatore, la strategia della cooperazione è vincente. (b.s.)
F. Peiretti, La coda più vicina è più veloce, La Stampa tSt, 18 gennaio 2006.
A chi non è capitato di ritenersi sfortunato perché ogniqualvolta si trovi a dover scegliere, al supermercato, al casello dell’autostrada, alla biglietteria della stazione, quale sia la coda giusta, cioè quella più breve, gli capita sempre quella sbagliata? Dopo una simpatica spiegazione illustrata del perché al supermarket bisogna sempre aspettare, e del motivo per il quale quando si percorre un’autostrada trafficata ci si ritrovi improvvisamente bloccati in coda e poi, inspiegabilmente il traffico riprenda a scorrere, il matematico Federico Peiretti ci avverte: “Peccato che la matematica sia poco amata, potrebbe aiutarci a vivere meglio”. Giuro che adesso che conosco il perché, la prossima volta che mi ritrovo in coda, anziché mettermi a contare mi metterò a cantare! (b.s.)
G. De Rita - L. Diotallevi, Stato assente, giacobini all’assalto, Il Sole 24 Ore, 25 gennaio 2006.
Primo di un viaggio in sei puntate sulle trasformazioni in atto in Italia e sulle criticità diffuse, condotto da Il Sole 24 Ore attraverso il Censis, l’articolo pone in risalto la crisi dello Stato, per effetto di carenza di risorse economiche conseguenti a sprechi nella gestione e a incapacità di rimodellare la macchina statale nel nuovo contesto dell’evoluzione sociale, con riforme solo nominali o mezze riforme che hanno amplificato gli effetti negativi. Lo Stato dell’Otto-Novecento come soggetto generale di sviluppo – avendo prodotto importanti risultati quali l’unificazione, l’ordine interno e il prestigio internazionale, l’industrializzazione, grazie a una attiva politica economica e al ruolo della mano pubblica, l’alfabetizzazione, la salute e l’emancipazione civile – ha ceduto il passo a una organizzazione che è sempre meno efficiente ed efficace, nonostante la sua confermata imponenza burocratica, comprese le folte schiere di pubblici dipendenti, al di là di appena più che formali ventate antistataliste e federaliste. In altre parole, secondo gli autori è sempre più evidente il distacco tra organizzazione pubblica e ambiente sociale, nel momento in cui, senza nostalgici richiami al passato, si conferma che una società avanzata e con una diversificata presenza di interessi e soggetti difficilmente potrebbe funzionare senza un maturo sviluppo delle funzioni istituzionali, da innovare e da snellire. (gu.b.)
N. Rubini, L’Italia e il rischio Argentina, www.lavoce.info, 31 Gennaio 2006.
Ampia sintesi del discorso di Nouriel Rubini pronunciato a Davos che ha suscitato le proteste con insulti di Tremonti e pubblicato per esteso sul blog personale dell’autore. Nella sostanza ribadisce argomentandola, punto per punto, una tesi che, da qualche tempo, da più parti ci viene prospettata: con questo tipo di politica economica, in mancanza delle riforme necessarie, è possibile che entro i prossimi cinque anni l’Italia debba uscire dall’Unione Monetaria e tornare alla lira ripudiando il debito denominato in euro. Siamo dunque sostanzialmente candidati a ripetere l’esperienza dell’Argentina. Le cause: perdita di competitività, diminuzione delle esportazioni, crescita del deficit e conseguentemente del debito a livelli non più sostenibili. La bassa crescita del pil è stata per ora mascherata, come per altri paesi europei, dalla bolla immobiliare, che una volta scoppiata renderà ancora più evidenti problemi non rinviabili. L’uscita dell’Italia dall’Unione non sarebbe comunque indolore anche per i nostri partner, in quanto la bce dovrebbe affrontare la crisi di solvibilità conseguente al ripudio del debito italiano stampando moneta. Nouriel Rubini attualmente è professore associato presso il Departments of Economics and International Business and Stern School of Business della New York University. Dal 1997 è anche Associate Editor del Journal of International Economics. (m.r.g.)
R. Calvanese - C. Dominelli - D. Lusi - A. Marini - G. Parente, Tra mattatoi e casinò fioriscono le Iri locali, Il Sole 24 Ore, 25 gennaio 2006.
L’articolo, il primo di una serie, affronta il tema del cosiddetto neo-socialismo municipale, formulando, in premessa, un rilievo critico, sintetizzato nella formula “Gli enti territoriali tendono a mantenere il controllo anche dove non sarebbe necessario e svolgono funzioni di gestione al posto di attori privati qualificati”. Si tratta di un forte giudizio di merito, che peraltro non viene sviluppato e argomentato, al pari delle tesi contrarie che valorizzano invece gli effetti positivi dell’interventismo pubblico per promuovere lo sviluppo economico locale. L’articolo è invece utile in quanto presenta un quadro ampio e dettagliato delle partecipazioni detenute dalle Amministrazioni Provinciali nelle società pubbliche, locali e non. In particolare, nel settore autostradale è rilevante la posizione della Provincia di Milano, con oltre la metà del capitale sociale della Milano - Serravalle (oggetto di roventi polemiche con il Comune di Milano, altro azionista di rilievo della società), oltre alle partecipazioni di minoranza in altre società autostradali. Per gestire in modo coordinato le partecipazioni, nell’ottica della realizzazione delle grandi opere stradali, la Provincia di Milano ha conferito i pacchetti azionari in una holding. Analogo modello di holding, in questo caso plurisettoriale, si registra con la Livorno Sviluppo spa. Nel medesimo settore autostradale detengono partecipazioni, tra le altre, anche le Province di Savona, di Imperia e di Napoli. Venendo al comparto aeroportuale (dove il Comune di Milano esercita un ruolo rilevante con oltre l’80% del capitale della sea per la gestione degli aeroporti di Malpensa e Linate, società partecipata anche dalla Provincia di Milano), si evidenzia il ruolo delle Province di Roma, di Agrigento e del Friuli nell’aeroporto di Ronchi dei Legionari. Accanto a queste aree di intervento, che sono coerenti con l’ambito di competenza delle province in campo infrastrutturale e della promozione territoriale, l’articolo segnala poi una miriade di partecipazioni in settori marginali e di nicchia, quali le terme (ad esempio la Provincia di Forlì - Cesena con le Terme di Castrocaro e la Provincia di Parma con Salsomaggiore), la gestione delle tonnare, il macello, le case da gioco (Casinò di Campione d’Italia e Casinò di Sanremo, quest’ultimo partecipato dalla Provincia di Imperia) e le società operanti in svariati ambiti culturali. Il quadro presentato offre un interessante panorama per sviluppare analisi e valutazioni sul sistema economico locale e sul ruolo delle istituzioni locali. (gu.b.)
Presentiamo, di seguito, altre segnalazioni (corredate di abstract) sull’argomento.
Ø D. Bellini, Enti locali e fondazioni bancarie, in Aziendaitalia, I, 2006.
Ø S. Bocci, La governance delle società di servizi pubblici: le scelte sui controlli, Il controllo nelle società e negli enti, IV-V, 2005.
Ø A. Maccaferri, L’impresa della generosità, Il Sole 24 Ore, 26 gennaio 2006.
J.F. Augerau, La crisi dell’energia rilancia il reattore nucleare di quarta generazione, Le Monde, 25 gennaio 2006.
L’articolo descrive, senza entrare nei dettagli, lo stato dell’arte della tecnologia nucleare e le decisioni dei nostri cugini d’oltralpe. È riportata una cartina con la distribuzione delle centrali nucleari in Europa e una breve descrizione delle “generazioni” delle centrali nucleari. Emergono dalla lettura alcuni spunti che possono essere d’aiuto alla riflessione sulle fonti energetiche da privilegiare. Tutte le forme di energia, nessuna esclusa, sono da prendere in considerazione. Gli esperti prevedono una grossa crescita del nucleare nei prossimi decenni. In questo campo occorre studiare e progettare con decenni di anticipo rispetto alle applicazioni. Le future centrali nucleari non produrranno solo energia ma serviranno, ad esempio, a dissalare l’acqua marina. Sarebbe insensato, per un paese, pensare di dedicarsi da solo al progetto di un nuovo reattore nucleare. (b.b.)
J. Thornhill, The View of the Future from Davos, Financial Times, Europe Edition, 31 gennaio 2006.
Il quotidiano economico londinese offre un’interessante visuale dall’interno dei lavori del Forum Economico Mondiale, recentemente conclusi a Davos, in Svizzera. Thornhill si concentra fin dall’inizio sui nodi del dibattito economico: da un lato, la crisi del modello globalizzante, contraddetto dalla ripresa del vigore dei mercati regionali e infra-regionali; l’inevitabile compressione del tempo economico e la conseguente difficoltà di adattamento da parte delle imprese tradizionali. Dall’altro, la consapevolezza di trovarsi alle soglie di una rivoluzione economica la cui importanza risulta comparabile con quelle del Rinascimento europeo e dell’Età industriale. Di fronte a questo scenario complesso e di difficile previsione, gli interlocutori del Forum tentano di proporre strade percorribili. Tra le alternative, una sembra raccogliere maggior consenso: la sfida, avvertita come urgenza, di individuare e valorizzare nei protagonisti dell’economia il talento di saper costruire sinergia e gruppi di lavoro motivati che possano offrire valore aggiunto all’impresa contemporanea. La professionalità viene dunque invocata non già come contratto mercenario, ma come missione, dove lealtà e abnegazione all’azienda sono condizioni imprescindibili. Una tendenza moralizzante alla quale tuttavia non può che sottendere un imperativo di profitto, sottolineato dalla provocazione di Larry Page, presidente di Google: “[...] emancipare il mondo dalla povertà costituisce una enorme opportunità di business”. (l.f).
Kofi A. Annan, Un cambio de rumbo en Darfur, El Pais, Edición Europa, 3 febbraio 2006.
Il segretario generale delle Nazioni Unite interviene sulla difficile situazione in Darfur, da molti considerata come la più grande tragedia umanitaria degli ultimi anni. Il quadro delineato è gravissimo: due milioni di rifugiati; oltre tre milioni di persone che dipendono dagli aiuti delle organizzazioni umanitarie per la loro sussistenza; recrudescenza degli scontri nonostante l’accettazione del cessate il fuoco; tensioni tra il governo sudanese e il vicino Chad, che lo accusa di armare i ribelli sul suo territorio. Mentre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si sta preparando ad approvare una risoluzione che permetta la transizione dalle attuali forze armate dell’Unione Africana ai caschi blu, le aspettative dei soggetti coinvolti sono rivolte all’assemblea di Addis Abeba, dove si riuniranno il prossimo 20 febbraio gli stati donatori che dovrebbero garantire la copertura finanziaria necessaria alla missione di pace. L’attenzione di Annan si concentra infine sull’urgenza di un reale accordo politico tra i ribelli, la milizia Janjaweed e le forze governative sudanesi quale condizione necessaria al successo del mandato ONU e al graduale rientro di milioni di profughi alle regioni di appartenenza. (l.f.)
L. Ricolfi, Tempo scaduto. Il «Contratto con gli italiani» alla prova dei fatti, il Mulino, Bologna 2006
Luca Ricolfi, sociologo, specialista in analisi dei dati, ha rifatto i conti sullo stato di attuazione del Contratto con gli italiani sottoscritto da Berlusconi, davanti al notaio Vespa, durante la campagna elettorale del 2001. Dopo un’attenta e documentata analisi dei dati è giunto alla conclusione che «La sinistra ha pienamente ragione quando afferma che Berlusconi non ha onorato il contratto, ma sbaglia quando dice che il contratto era impossibile da rispettare
Luca Ricolfi, sociologo, specialista in analisi dei dati, ha rifatto i conti sullo stato di attuazione del Contratto con gli italiani sottoscritto da Berlusconi, davanti al notaio Vespa, durante la campagna elettorale del 2001. Dopo un’attenta e documentata analisi dei dati è giunto alla conclusione che «La sinistra ha pienamente ragione quando afferma che Berlusconi non ha onorato il contratto, ma sbaglia quando dice che il contratto era impossibile da rispettare (e quindi è ancora peggio, sosteniamo noi: avrebbe potuto essere onorato, ma non vi è riuscito) e sbaglia ancora di più quando si rifiuta di riconoscere quel che comunque è stato fatto (oltre il 60% delle promesse iniziali, secondo le nostre stime). Gli elettori delusi da Berlusconi, a loro volta, hanno tutto il diritto di chiedergli di rispettare almeno la “sesta promessa”, quella di non ricandidarsi alle prossime elezioni, anche se bisogna riconoscere che anch’essi, come la sinistra, sottovalutano ampiamente il grado di mantenimento delle promesse. E Berlusconi? ».
Lui, abituato com’è a mentire anche a se stesso, se n’è fregato bellamente di tutti e si è ricandidato: “L’importante – sostiene un vecchio adagio – non è portare le corna, ma saperle portare dignitosamente”. (b.s.)
P. Odifreddi, Idee per diventare matematico. Strumenti razionali per la comprensione del mondo, Zanichelli, Bologna 2005
Questo agevole volume, divertente, ironico, e perché no, persino utile – terzo della nuova collana “I misteri della scienza” curata da Lisa Vozza (i primi due sono dell’astrofisica Margherita Hack, dello scienziato dei materiali Gianfranco Pacchioni, e il quarto del neuroscienziato Emilio Bizzi) –, è costituito da tre sezioni. Nella prima, Piergiorgio Odifreddi, noto logico matematico, molto impegnato nella meritoria opera di divulgazione della sua disciplina, racconta se stesso in forma di intervista, dai primi anni di formazione, quando ha scoperto di amare la matematica, alla scelta dell’università, alla sua passione per la logica e la relatività, passando attraverso la distinzione tra i matematici veggenti e i problem solvers, ai suoi primi passi nel mondo accademico, i suoi maestri e le sue esperienze internazionali, fino alle sue partecipazioni (o le sue diserzioni) ai congressi matematici: in altre parole la sua vita di matematico. Nella seconda parte, una bella lezione su che cos’è la matematica, a che cosa serve e su come si fa matematica, Odifreddi spiega in maniera assai chiara e intelligibile anche a un profano (la collana è destinata all’orientamento degli studenti che si affacciano alle soglie dell’università), la differenza tra la duplice natura (relativa e assoluta) delle verità matematiche, incontrovertibili nei loro campi di applicazione, e le verità filosofiche o religiose, che «pretendono di essere assolute per quanto riguarda il loro contenuto, ma risultano essere relative, in quanto legate all’intuizione di coloro che le enunciano o le proclamano». L’ultima sezione è dedicata alle parole, ai personaggi della matematica e alle indicazioni per saperne di più: un preziosissimo compendio sui termini, sui profili dei più importanti matematici e sulle fonti (saggi divulgativi, biografie e autobiografie, romanzi, film e siti internet) per chi avesse voglia di approfondire. Complimenti a lui e alla curatrice della collana. (b.s)
G. Boatti, Quando tutti ci chiamavamo Mario, Nicolodi, Trento 2005
«In quella mattinata d’inverno Matilde, che da pochi mesi ha messo al mondo la piccola Caterina, e la sta allattando, ha subito compreso cosa sta accadendo a Guido. In un istante ha chiamato aiuto, telefonato all’ambulanza, sistemato la bimba che aveva appena staccato dal seno e ha fatto in modo che lui arrivasse in ospedale, appena in tempo, appena in tempo […] »
Matilde, è l’angelo custode di Guido, che al suo risveglio dall’intervento subito a causa di un aneurisma cerebrale si rivolge così all’amico che è andato a trovarlo: «Ciao Mario, come stai? » E lui: «Bene, sto bene, e andrebbe tutto bene, anche a te, amico mio, se solo mi chiamassi davvero Mario. Il fatto è che da quando si è risvegliato dall’operazione […] siamo diventati tutti Mario. È Mario sua moglie, Mario il suo figlio primogenito Tommaso, Mario sua sorella, il cognato e i nipoti tutti. Sono Mario gli amici e le infermiere e i medici. Tutti gli esseri umani con cui entra in contatto hanno lo stesso nome, Mario appunto». Inizia così la lotta che Guido ha intrapreso con la malattia che l’ha privato della capacità di articolare le parole e che Giorgio Boatti ci racconta in questo delicato e poetico pamphlet. Poiché costa pochi euro, se conoscete un libraio disponibile a procurarvelo senza caricarvi le spese di spedizione, non perdetevelo! (b.s)
Mantovani, docente di psicologia presso l’Università di Padova, offre in questo testo un quadro sufficientemente documentato e argomentato sulle problematiche delle differenze culturali. L’approccio della psicologia culturale dimostra di essere particolarmente utile proprio perché «ha messo a punto sia teorie (quelle della mediazione, dell’azione situata, della conoscenza distribuita) sia metodologie di indagine (l’analisi del discorso, l’analisi della narrazione, l’analisi della conversazione, l’analisi dei gesti, dei segni e delle immagini) che ci permettono di comprendere la diversità delle società umane senza trasformarli in sistemi chiusi, fissi, autoritari» (p. 19).
Con una ricca documentazione, l’autore insiste sul fatto che «l’intercultura è riconoscere le culture, le appartenenze, le identità, ma sempre avendo chiaro che esse non sono realtà omogenee, bensì spazi di scambio, risorse per l’azione, narrazioni condivise e contestate» (p. 23). La tensione etica che sorregge l’impianto emerge con chiarezza là dove l’approccio multiculturale sembra adattarsi a una sorta di relativismo rassegnato. Con energia rivendica all’approccio della psicologia culturale la tensione verso un relativismo mediato «che si sforza di attivare una incessante ricerca della verità […] (smascherando) le scorie di etnocentrismo […] che ci fanno scambiare per valori universali il nostro peculiare, situato, culturalmente mediato modo di vedere i valori universali» (p. 154). (f.b.)
R. Guolo - E. Pace, I Fondamentalismi, Laterza, Roma Bari 2002
La tesi centrale del volume è che il termine “fondamentalismo” generalmente coniugato all’aggettivo “musulmano” sarebbe, invece, da cogliere nella sua complessità e da declinare al plurale, dal momento che esso si ritrova, oltreché in ambito islamico, anche in campo cristiano, ebraico, hindu e sikh. Risulterebbe, inoltre, da distinguere dall’integrismo, dal tradizionalismo e dal conservatorismo religiosi. Secondo gli autori, sarebbero quattro gli elementi distintivi del credente fondamentalista: il principio dell’inerranza, relativo al contenuto del libro sacro; il principio dell’astoricità, della verità e del libro che la conserva; il principio della superiorità della Legge divina su quella terrena e il primato del mito di fondazione. Di particolare interesse il capitolo dedicato alle “possibili basi” di un fondamentalismo cattolico.
Uno dei due autori, Renzo Guolo (saggista, docente di Sociologia all’Università di Padova e di Trieste e opinionista di Repubblica) sarà presto ospite dell’Associazione (11 maggio, ore 19). (r.r.)
ASPENIA 1995-2005, Rivista dell’Aspen Institute Italia, edizioni Il sole 24-ore
L’ultimo fascicolo 2005 di “Aspenia” celebra il decennale della rivista, dapprima semestrale, poi trimestrale e accasata nell’editoria di 24-ore all’insegna di un titolo eloquente: “dieci anni alla velocità della storia”. La rivista, uscita ormai da una circolazione del tutto elitaria, consente di avvicinarsi allo stile e alle ambizioni, almeno quelle dichiarate, di un cospicuo think-tank affiliato alla rete internazionale Aspen, custode, con tutti i mezzi e la determinazione del caso, dello “spirito atlantico”, nei suoi trascorsi e nel suo possibile divenire. Il fascicolo del decennale, aperto da una corposa intervista a Condoleezza Rice, riproduce ventisei articoli scelti a rappresentare degnamente la cifra culturale, e l’attenzione evolutiva, dell’Isituto. Interessanti i nomi, i personaggi, che hanno fornito gli articoli riproposti: A. Levi, G. Andreotti, Z. Brezinski, F. Colombo, G. Amato, F. Fukuyama, C. Jean, C. Magris e via spaziando. Di anglosassone sobrietà sia la presentazione dello “speciale” da parte del nuovo Presidente di Aspen Italia, Giulio Tremonti, che l’excursus di Giuliano Amato sui dieci anni della rivista. (d.f.)
E. Massetti - M. Tavoni, Il ritorno del nucleare, www.lavoce.info, febbraio 2006
Se si vuole affrontare con realismo la questione del riscaldamento globale, il nucleare costituisce, per sua natura, l’unica opzione a disposizione, alternativa ai combustibili fossili per la produzione di energia elettrica in quantità adeguate a Paesi fortemente industrializzati. Si intende, per il momento, sempre il nucleare da fissione, ovvero l’energia prodotta dal processo di demolizione di nuclei pesanti e instabili come l’Uranio 235; il passaggio al nucleare da fusione è previsto non prima dei prossimi settant’anni: troppi per rimanere – agli attuali ritmi di sviluppo, utilizzando combustibili fossili – sotto la soglia critica dei 2°C di aumento della temperatura media della Terra, oltre la quale si dovrebbero affrontare devastanti cambiamenti climatici determinati dalla variazione percentuale di CO2 nell’atmosfera. Circa le controindicazioni del nucleare, cade l’obiezione sicurezza: le centrali attuali sono ultrasicure e, in ogni caso, la tipologia Cernobyl era già inaccettabile per qualsiasi Paese occidentale. Esiste la questione costi di investimento molto alti, ma compensati dai finali di produzione di elettricità in linea con quelli di gas e carbone. Resta il problema scorie, che si potrebbe affrontare con seri programmi di ricerca volti a escogitare trattamenti per ridurne i volumi o a modificarne le caratteristiche legate al decadimento radioattivo. Al nucleare ripensano in molti: America e Gran Bretagna in testa, seguiti da Cina e India, Paesi che, in futuro, non intendono rinunciare al proprio sviluppo economico. (m.g.)
Quale ruolo per l’intercultura in epoca di globalizzazione? Per rispondere a questo interrogativo, Dal Fiume propone un’analisi dei fattori di rischio per il futuro dell’umanità. Tali fattori, secondo le opinioni più diffuse, risulterebbero essere di tre ordini: l’irriducibile confronto tra sistemi di valori differenti; l’esistenza di Stati “falliti”, che producono e trasmettono destabilizzazione e aggressività; il terrorismo internazionale considerato come unico ambito in cui pianificare e attuare politiche internazionali. L’autore coglie un altro problema più complesso e trasversale, che si pone come principale ostacolo al futuro dell’umanità: l’elevarsi delle tensioni sociali, derivanti dagli squilibri socio- economici globali (in particolare Nord-Sud), a “scontro di civiltà”. Scontro che verrà innescato da questioni di identità, di religione, di valori sociali, rispetto alle quali la contrapposizione noi-loro giocherà un ruolo sociale fondamentale. Questi presupposti proiettano la competenza interculturale a un livello inedito, ben oltre il limite angusto dell’“intercultura = integrazione degli stranieri”. L’intercultura deve, cioè, attribuirsi il ruolo politico e sociale che le compete, promuovendo una cultura della globalizzazione consapevole delle implicazioni interculturali che tale processo comporta. Quali implicazioni? Soprattutto due. Primo: la globalizzazione non è solo un meccanismo economico e politico, ma anche un potente apparato produttore di significati interculturali, in quanto fornisce il contesto in cui si svolge ogni azione interculturale. Secondo: la globalizzazione pone sempre di più al centro della modernità il nucleo delle relazioni tra le diversità che la abitano. Da come tale relazione verrà affrontata e regolata dipenderà l’indirizzo futuro del percorso di integrazione planetaria. La complessità del “compito interculturale” consiste nella necessità di ricondurre le differenze tra le culture-società al processo storico sociale e al fluire del tempo, lavorando sempre su due livelli: «quello del luogo che studia e quello più vasto in cui esso si situa». (a.g.- r.r.)
Tahar Ben Jelloun, New Deal Marocco, L’Espresso, 23 febbraio 2006
Il Marocco fa i conti con il proprio passato per voltare pagina ed entrare definitivamente “nella vera epoca moderna”. Questa almeno l’interpretazione che Ben Jelloun propone dei cambiamenti in atto in Marocco. Dopo la riforma del Codice di Famiglia (Moudawana) per sancire l’uguaglianza di diritti e di doveri tra uomo e donna nel matrimonio, il re del Marocco, Mohamed vi, ha nominato una commissione per esaminare e valutare gli “anni di piombo” che hanno caratterizzato il regime del suo predecessore e padre, Hassan ii. Il giovane sovrano ha fatto aprire senza reticenze “i dossier della vergogna”, affinché i marocchini sappiano esattamente quel che è accaduto e le vittime vedano riconosciuti i loro diritti e siano risarcite. Nessun Paese arabo ha mai osato fare altrettanto. Ben Jelloun si sofferma a riflettere sulle implicazioni di questo gesto, inquadrando il dibattito che esso ha suscitato all’interno di un Paese ancora afflitto da gravi problemi, ma con cui più che mai l’Europa dovrebbe oggi cooperare. (a.g.)
U. Galimberti, La cultura dell’opulenza, una condanna all’infelicità, Jesus, 1/2006, pp. 56-60.
La felicità nasce dalla capacità di desiderare. Ma in una società come la nostra, in cui i bisogni vengono soddisfatti prima ancora di diventare tali, i soggetti non sono più capaci di sognare. Dunque, di essere felici. In una società che non percepisce più il principio di realtà e in cui si inventano desideri artificiali o secondari, il desiderio di tutti i desideri è l’apparire, non solo in televisione, ma anche nelle iniziative lavorative, negli scenari competitivi. La felicità viene collocata nel riempimento di un vuoto di identità. Queste alcune considerazioni proposte da Umberto Galimberti, noto psicanalista e docente di Filosofia della storia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, in un’intervista concessa a Jesus, il più autorevole mensile di cultura e attualità religiosa del nostro Paese. Le riflessioni si sviluppano anche sui temi del rapporto felicità-dolore-gioia, su cause e natura della depressione, sul rapporto dei giovani con la felicità, sulla possibilità di un approccio neuro-scientifico alla felicità e sul rapporto tra felicità e relazionalità. (g.g.)
Ogni quattro anni lo iard fa una fotografia della condizione giovanile nel nostro Paese: alla parte dedicata all’analisi della religiosità delle nuove generazioni (186 pagine) dedica la sua attenzione il settimanale Famiglia cristiana, attraverso un dossier-inchiesta curato da Alberto Bobbio e Alberto Chiara. Ne viene fuori l’immagine di un giovane, cattolico o no, fragile, inquieto, poco soddisfatto, con poca fiducia nel futuro e voglia di lottare, sballottato da una modernità che non riesce a governare. Nell’ultimo quadriennio la credenza appare in netto calo. Al di là dell’asserzione su Dio e sulla sua rilevanza, sono interessanti i giudizi sui comportamenti; ad esempio la posizione di fronte all’alternativa convivenza-matrimonio. Solo il 13% è contrario alla convivenza, il 47% è favorevole comunque, mentre quasi tre giovani su dieci l’ammettono come prova, prima di sposarsi. (g.g.)
Antonio Muňoz Molina, Quando leggere è un vizio, Internazionale, febbraio 2006
Ecco un gradevole articolo in cui molte persone potranno facilmente riconoscersi. Secondo l’autore «non si legge per imparare, né per sapere di più o per evadere dalla realtà. Si legge perché la lettura è un vizio perfettamente compatibile con la scarsezza di mezzi, con la mancanza dell’audacia richiesta da altri vizi e, cosa più importante, con l’assoluta pigrizia». Partendo dalla propria esperienza personale, Molina analizza i moti dell’anima che spingono alla lettura e i comportamenti tipici del lettore “vizioso”. Con una avvertenza: diffidare di chi, pur mostrando una grande sensibilità nei confronti dei libri, è indifferente al dolore o alla stessa esistenza delle persone in carne e ossa. (a.g.)
Presentiamo, di seguito, altre segnalazioni da riviste.
Ø B. Grillo, Applausi all’agnello, Internazionale, 10/16 febbraio.
Ø David Rieff, La morte di mia madre, Internazionale, 10/16 febbraio.
Ø Da questo numero della rivista (10/16 febbraio), e fino alle elezioni del 9 aprile, due corrispondenti stranieri, E. Jozsef e J. Israely, seguiranno la campagna elettorale dei candidati premier Silvio Berlusconi e Romano Prodi.
Ø F. Billari - A. Rosina, La guerra dei sondaggi, www.lavoce.info, 21 febbraio 2006. Si tratta di un interessante articolo sui sondaggi pre-elettorali; il professor Billari sarà ospite dell’Associazione il 23 marzo (ore 21).
U. Galimberti, Freud. Il padre della psicoanalisi tradito dal suo editore, La Repubblica, 25 febbraio 2006
Non posso fare a meno di segnalare l’appassionata denuncia, da parte di Umberto Galimberti, dello scempio che l’editore Bollati-Boringhieri sta facendo della bella traduzione del corpus freudiano di cui disponiamo e che è sempre stata vanto della vecchia Boringhieri. Una nuova edizione (di cui è stato pubblicato il primo volume) con nuova traduzione appare gravemente amputata (antologizzata) e gravemente alterata e stravolta: «assoluta incuria che sconfina nel dilettantismo, per non parlare di macroscopici errori». Galimberti riporta esempi insieme comici e raccapriccianti e, in conclusione, invita l’editore a ritirare il volume e a rinunciare alla nuova impresa editoriale, tanto più che la vecchia traduzione di Renata Colorni è sempre attuale, precisa e accurata. Un simile caso è sicuramente emblematico di una tendenza al degrado della nostra cultura nazionale, alla quale, in passato, direttori di collane, editori, traduttori, redattori avevano sempre offerto qualificate prestazioni. È chiaro che anche l’editoria di cultura oggi, di fronte a un pubblico sempre più acritico e massificato, sente la tentazione del supermarket, della catena di montaggio, della pubblicazione veloce, magari tagliuzzata qua e là per togliere quello che al grande pubblico non interessa. Che la cultura di massa, celebrata da non più di qualche decennio come una rivoluzione contro la cultura legittima, non stia oggi mostrando sempre più una malcelata ma autentica vocazione al vandalismo? (g.r.)
A. Baricco, Cari critici ho diritto a una vera stroncatura, La Repubblica, 1 marzo 2006
Pagine “Cultura”, La Repubblica, 2 marzo 2006 (con interventi di S. Fiori, G. Ferroni, C. Benedetti, N. Ajello); Pagine “Cultura”, La Repubblica, 3 marzo 2006 (con interventi di A. Monda, E. Berselli, C. Lucarelli, A. Scurati)
Alessandro Baricco ha dato vita, con il suo gustoso intervento su Repubblica del primo marzo, a una riflessione più ampia, sempre ospitata sulle pagine del quotidiano nei giorni successivi, sul ruolo della critica letteraria, oggi e in passato. È compito arduo sintetizzare i contenuti della complessa querelle, nonché esplicitarne i toni tra il piccato e l’ironico. Mi limito a segnalare alcuni passaggi. Baricco manifesta profondo fastidio nei confronti di due critici, Giulio Ferroni e Pietro Citati, che liquidano negativamente i suoi ultimi lavori con due frasette sferzanti fuori contesto, senza disturbarsi di recensire, in maniera argomentata e diffusa, i due volumi. Puntuale la lettera di risposta di Ferroni il giorno successivo in cui rivela di essersi ampiamente occupato di Baricco e di avere anche recensito l’ultimo romanzo in questione, Questa storia, deplorando come l’autore non si sia nemmeno degnato di leggerlo e ribadendo il suo giudizio complessivamente e inappellabilmente negativo sulla produzione dello scrittore torinese. Alla provocazione di Baricco rispondono anche altri critici, Asor Rosa, Berardinelli, Lavagetto, Sanguineti, Sinibaldi e Trevi. Se la critica militante tende a difendere, più o meno compatta, il diritto a recensire e a stroncare libri che piacciono e che interessano, in grado di suscitare dibattito culturale aldilà delle tirature e del gradimento popolare, Pierangelo Buttafuoco e Carlo Lucarelli simpatizzano con Baricco nello stigmatizzare i “mandarini” della critica letteraria, sottolineando la necessità di un generale svecchiamento della critica e di un’attenzione più mirata e consapevole a ciò che di nuovo si affaccia sul panorama letterario. Interessanti, infine, i due articoli di Monda e Berselli del 2 marzo. Il primo è un’intervista a Robert Silvers, direttore della New York Rewiew of Books, che sintetizza le tre regole d’oro del recensore, ovvero qualità, competenza e distacco. Il secondo, dal titolo La mappa del potere letterario, evidenzia il passaggio a un’editoria post-moderna, sostanzialmente di massa, guidata da alcune figure-chiave capaci di costruire successi straordinari anche di esordienti. In questo contesto “industriale”, in cui vige ormai la legge del mercato, la critica resiste con un ruolo pressoché residuale. (a.s.)
G. Rizzolati - C. Sinigaglia, Noi riflessi nella mente degli altri; V. Gallese, Io so quel che tu pensi, Il sole 24-Ore, 26 febbraio 2006
Due pagine del Domenicale dedicate a un’importante scoperta tutta italiana: l’insieme dei processi neuronali chiamati sistemi “mirror” che rivoluziona, almeno in parte, le spiegazioni della capacità umana di immedesimarsi, di provare empatia, di interagire in maniera intersoggettiva. Sembra infatti che la comprensione delle intenzioni altrui (fondamentale per la costituzione di un agire collettivo) non sia determinata dallo schema lineare: percezione, cognizione, movimento ma coinvolga in maniera massiccia tutto l’apparato motorio. La capacità di “fare cose” acquista, allora, un rilevante peso cognitivo in quanto ci permette di collocarci nella prospettiva dell’altro e di intuirne motivazioni, credenze, intenzioni ed emozioni. Notevoli sono le ricadute filosofiche di questo programma di ricerca. Se da un lato sembrano avvalorare la presenza di posizioni naturaliste in filosofia della mente (Dennett su tutti) dall’altro possono essere interpretate come principi-ponte tra una visione della realtà portata avanti dalle scienze empiriche e uno sguardo “umanista”. In questo senso diventa non solo utile ma necessario il dialogo tra discipline, forse solo apparentemente distanti, come neurologia, filosofia della mente, economia, teoria della politica e, perché no, drammaturgia e letteratura. (c.d.f.)
G. Zagrebelsky, Telepolitica. Il rischio della democrazia, La Repubblica, 17 febbraio 2006
Gustavo Zagrebelsky interviene con una riflessione quanto mai attuale a proposito della politica televisiva e delle campagne elettorali mediatiche, cui stiamo assistendo sempre più frequentemente. La tesi fondamentale – seguendo Schumpeter – è che i sistemi democratici possano essere equiparati a giganteschi “mercati” dove il voto dei cittadini, da un lato, e le promesse dei politici, dall’altro, costituiscono i valori che vengono scambiati. In sostanza, la logica di mercato tipica del campo economico finisce per invadere e strutturare il campo politico. Stranamente tuttavia – osserva l’autore – sembriamo solitamente assai più preoccupati del corretto funzionamento dei mercati economici (si vedano le varie regole per assicurare che la concorrenza sia effettiva e non fittizia) che del corretto funzionamento del “mercato” della democrazia. In realtà alcune tipiche “perturbazioni” del mercato della politica (la seduzione dell’elettore, la menzogna sistematica, il rifiuto del dialogo e la demonizzazione dell’avversario) sono così gravi da corrompere alla radice il funzionamento dei sistemi politici democratici. Come da più parti si invocano regole per la tutela dei consumatori contro le alterazioni del mercato, così si dovrebbero invocare regole per difendere il pieno possesso delle facoltà di giudizio dell’elettore che – troppo spesso lo dimentichiamo – è il detentore della sovranità. Non il frequentatore qualsiasi di un supermercato. L’articolo fa parte del Diario di Repubblica e pertanto è reperibile sul sito de La Repubblica (www.repubblica.it). (g.r.)
L. Infantino, Trappole fondamentaliste, Il sole 24-Ore, 19 febbraio 2006
«Lo “scontro di civiltà” – sostiene Infantino – è esattamente quella dinamica che l’estremismo islamico vorrebbe alimentare. Se accettiamo di stare su quel territorio, concediamo al fondamentalismo un improvvido vantaggio. […] Abbiamo dalla nostra parte un grande fattore di “laicizzazione” della vita pubblica, che è l’espansione della logica del mercato. Gli estremisti islamici sanno perfettamente che l’affermazione di quella logica è la morte del “fondamento”. […] La presenza sulla scena economica della Cina e di altri Paesi asiatici – Cina e India assieme, aggiungerei io, fanno circa la metà della popolazione mondiale – renderà più esteso l’ordine del mercato. E ci saranno nuove e gravi reazioni. Ma non dobbiamo commettere l’imperdonabile errore di prendere la parte per il tutto».
Condivido. Invece di esportare in quei Paesi la “democrazia con le bombe”, esportiamo, esportiamo e basta. È questo l’aiuto che gli islamici moderati si aspettano da noi. (b.s)
È il primo settimanale nazionale dedicato agli stranieri che vivono in Italia. In edicola dal 15 gennaio 2006 ogni domenica con Repubblica. Vuole soprattutto informare gli immigrati, fornendo loro tutte le notizie di servizio (casa, lavoro, leggi e diritti, lingua, scuola, salute, soldi) utili a “usare” al meglio il nostro Paese. Vuole anche far conoscere agli italiani esperienze, culture, tradizioni, interessi, valori ed esigenze degli stranieri che vivono qui. «Nasce come strumento di servizio per gli immigrati, ma nasce anche per aiutarli a contare e a pesare di più nella nostra società, coniugando i loro diritti e le leggi italiane, allargando e arricchendo così il concetto di cittadinanza». (E. Mauro)
Tabella riassuntiva sulla situazione economica mondiale.
Aree e Paesi
PIL Reale 2004 (in miliardi di dollari)
Crescita media annua periodo 2000-2003
Crescita 2003-2008*
Crescita 2009-2025*
34832
2,5
3,3
3,1
AMERICA SETTENTRIONALE
12170
2,2
3,2
3
USA
11552
EUROPA OCCIDENTALE
8907
2
1,8
1,9
ITALIA
1111
1,4
0,8
EUROPA CENTRO ORIENTALE (e balcanica)
733
3,4
5,1
3,9
UNIONE STATI INDIPENDENTI
464
7,2
6,7
4
RUSSIA
328
6,8
5,8
3,7
ASIA
9066
4,4
GIAPPONE
4866
1,3
CINA
1498
8,1
8,7
6,5
INDIA
593
5,5
7,1
5,4
OCEANIA
541
2,8
2,4
MEDIO ORIENTE
716
3,8
6,1
NORD AFRICA
289
4,2
?
AMERICA LATINA E CARAIBICA
1581
1,1
3,6
BRASILE
659
AFRICA SUB-SAHARIANA
463
5,3
SUD AFRICA
151
4,8
L. Harris, China and Italy team up to fight illicit trade, The Art Newspaper, march 2006
L’edizione londinese del Giornale dell’Arte, dà cospicuo risalto in prima pagina a questo importante accordo siglato alla fine dello scorso gennaio tra il direttore del dipartimento dei beni culturali cinese Shan Jixiang e il titolare del dicastero culturale Rocco Buttiglione. Il testo ha come obbiettivo quello di prevenire e combattere l’esportazione illegale di opere d’arte e antichità, e segna l’inizio di una articolato programma di cooperazione che prevede la permanenza in Italia di una task-force di agenti cinesi impegnati in un periodo di formazione presso l’unità Difesa patrimonio artistico dei Carabinieri, la creazione di un network informativo in materia di furti e trafugamenti messo a punto dalla società Next, che comprenderebbe l’utilizzo del satellite Galileo dell’Agenzia Spaziale Europea. Una notizia che lascia ben sperare in un auspicabile effetto domino che moltiplichi gli accordi bilaterali in questa materia (segnatamente con i paesi anglosassoni, in primo luogo i refrattari Stati Uniti) e che ci rende più familiare il temuto gigante asiatico, la cui immagine in Italia risulta spesso distorta da un certo giornalismo cinofobico e pressappochista. (l.f.)
Eric Le Boucher, Il decollo dell’«India brillante», Le Monde, 18 febbraio 2006
Mario Deaglio ha titolato Il sole sorge ad Oriente la sua recente conferenza presso la nostra Associazione. Quando si evoca il nuovo ruolo economico e politico dei grossi Paesi asiatici, ci si sofferma tuttavia più spesso sul fenomeno cinese. L’articolo in questione pone invece i riflettori sull’India e lo fa con taglio “concreto” e ricchezza di dati. Non viene tralasciata l’analisi dei sommovimenti politico-sociali che ha dato origine all’attuale fase di crescita del Paese. Crescita eterogenea e costellata da problemi e contraddizioni, ma sorretta dalla spinta vitale di una parte della società indiana, quell’India brillante, che si pone obiettivi sempre più ambiziosi. In appendice, l’intervista a J. Assayag esplora il fenomeno del nazionalismo indiano e la sua “convivenza” col fenomeno della mondializzazione. (b.b.)
G. Scarpetta, Pasolini, un réfractaire exemplaire, Le Monde Diplomatique, février 2006.
Indagare la portata del cromosoma Pasolini nella cultura contemporanea: è ciò che si propone in questo denso articolo l’autore di Variazioni sull’erotismo. La ricorrenza del trentennale dell’assassinio offre l’occasione per un censimento delle edizioni critiche apparse in Francia nel 2005 (che scopriamo con un certo imbarazzo essere più numerose di quelle italiane). L’accento è posto fin dall’inizio sulla personalità eterodossa e sovversiva dell’autore friulano; sulla sua ricerca costante, nella letteratura come nel cinema, delle contraddizioni del pensiero dominante; sulla capacità di esplorare il non-detto delle convenzioni sociali. L’ideale d’intellettuale è il soggetto impegnato, il cui impegno proviene dall’esperienza diretta della vita, dall’implicazione soggettiva e fisica nella realtà. Ancora, la non-adesione alla cultura marxista prevalente tra gli intellettuali suoi contemporanei, che polemicamente identificava come “conformismo dei progressisti”; il talento provocatorio, dialettico; la sua resistenza al sistema, portata avanti con lucidità come lotta individuale piuttosto che politica. A trent’anni da quell’orribile delitto, lo sguardo del Poeta conserva la sua attualità: reso immutabile dall’istantaneità di una fine improvvisa, ci mette in guardia dal diventare complici dell’ordine prestabilito. (l.f.)
(hanno collaborato a questo numero: bartolomeo berello, ferruccio bianchi, ciro de florio, lorenzo formica, dario fornaro, arianna gandini, mariarita gelsomino, giorgio guala, rosmina raiteri, giuseppe rinaldi, bruno soro, alessia spigariol)
M. Calamai, A. Garzia, Zapatero, Il socialismo dei cittadini. Intervista al premier spagnolo, Editrice Feltrinelli, Milano 2006.
Sorpresa, Zapatero è un leader moderato. Il perché lo spiegano gli autori di un libro sul premier spagnolo, con un’intervista a tutto campo sui temi dei diritti, della crescita economica, del lavoro precario, dei rapporti con la Chiesa, della globalizzazione, della lotta al terrorismo, dell’alleanza tra civiltà, della democrazia interna dei partiti ecc. Zapatero non è radicale, come egli stesso afferma, ma solo...
Sorpresa, Zapatero è un leader moderato. Il perché lo spiegano gli autori di un libro sul premier spagnolo, con un’intervista a tutto campo sui temi dei diritti, della crescita economica, del lavoro precario, dei rapporti con la Chiesa, della globalizzazione, della lotta al terrorismo, dell’alleanza tra civiltà, della democrazia interna dei partiti ecc. Zapatero non è radicale, come egli stesso afferma, ma solo coerente con i suoi principi e con gli impegni presi attraverso un programma selezionato negli obiettivi, senza forzature su un’opinione pubblica che al 90% ha voluto il ritiro delle truppe dall’Iraq e al 60% ha accettato i matrimoni gay. Il libro non ha la pretesa di spiegare cos’è lo zapaterismo, anche perché non ci troviamo di fronte a un organico pensiero politico, quanto piuttosto a scelte e a intuizioni di nuova cultura politica su cui indagare e riflettere. L’auspicio degli autori è che il loro lavoro possa servire anche a stimolare una discussione nella sinistra italiana che, verso la fine degli anni Settanta, era un punto di riferimento per quella spagnola, all’inizio del suo cammino democratico. Ora le parti si sono invertite. “ Sono diventato socialista con l’idea di dare alla luce una società nella quale tutti i cittadini siano liberi, nella quale nessuno sia l’ombra di un altro”. È trascinante la retorica con cui il leader spagnolo sostiene la centralità dei diritti civili, la laicità e il rispetto della diversità come valori centrali e la democrazia politica come priorità del presente. Ma, soprattutto, è affascinante il rigore etico che traspare dalle sue risposte. Ad esempio, alla domanda su come si convive con l’immagine di premier europeo più attaccato dagli Stati Uniti e dal Vaticano, risponde: “Se si è convinti delle proprie idee, quelle ostilità non hanno grande importanza; il problema semmai è il rapporto con i propri elettori e con l’opinione pubblica che ci rappresenta.” (r.r.)
G. Lakoff, Non pensare all’elefante!, Internazionale, Fusi Orari, Roma 2006.
Questo agile e acuto libretto del linguista americano George Lakoff, scritto per spiegare ai democratici perché hanno perso le elezioni (i.e. perché i conservatori le hanno vinte), può essere di grande aiuto per comprendere come mai quella che abbiamo sotto gli occhi oggi in Italia sia la più anomala campagna elettorale degli ultimi decenni. Il segreto, spiega Lakoff, si chiama framing (concetto ben noto a coloro che si sono occupati un po’ di linguistica e comunicazione). Provate a “non pensare all’elefante”! è una prescrizione paradossale perché, per non pensarci, bisogna proprio pensarci. Il centro-destra e Berlusconi stanno riuscendo con successo, da mesi, con qualsiasi mezzo lecito e illecito, a imporsi costantemente al centro dell’attenzione e dell’agenda politica. La risposta tipica del centro-sinistra è stata “noi non ci faremo distrarre”, ma intanto si sono già distratti; “il centro-destra stravolge il nostro programma”, ma intanto non hanno parlato dei contenuti del loro programma. Nei termini di Lakoff, il centro-sinistra non ce la fa a proporre un frame alternativo, un quadro complessivo di riferimento che obblighi l’avversario a “non pensare all’elefante”. Non ce la fa a imporre la propria agenda politica, per cui l’elettore oggi si trova a scegliere, de facto, pro o contro Berlusconi. Contrariamente a molte analisi, il problema quindi non è solo di “par condicio” tra i due schieramenti (chi controlla o meno le televisioni), ma di diversa capacità nell’uso (ed eventualmente nell’abuso) delle tecniche di comunicazione. Certo, la propaganda non è tutto, ma aiuta. (g.r.)
Crash - Contatto fisico, film di Paul Haggis, 2004.
Diverse storie si intrecciano nel corso di due giorni in una Los Angeles post 2001, che vedono coinvolti diversi personaggi sconfinanti per pochi istanti l’uno nella vita dell’altro, con esiti imprevedibili e spesso devastanti. Un detective di colore, la cui madre si droga e il fratello ruba automobili, un procuratore distrettuale in carriera con una moglie irosa, un poliziotto che accudisce amorevolmente l’anziano padre malato e scandalizza nel frattempo il giovane collega con il suo razzismo, un regista nero di successo la cui moglie deve fare i conti con il poliziotto razzista, un immigrato iraniano che compra una pistola per difendere il suo negozio, un giovane fabbro ispanico con la sua famiglia. Il film, dal cast multietnico, non è incentrato sulle problematiche razziste e classiste tout court; è piuttosto un film sull’intolleranza, sulla paura del diverso. Un film che costringe il pubblico a confrontarsi con i propri pregiudizi, a constatare che viviamo in una società terrorizzata nella quale il terrore distorce continuamente la nostra percezione del mondo circostante. Lungi da qualunque moralismo o buonismo, da questa storia metropolitana, coinvolgente e a tratti persino “ruvida” e disturbante, nessuno dei personaggi esce illeso e soprattutto nessuno ha piena coscienza di chi sia veramente l’altro che gli sta di fronte e quali possano essere le proprie reazioni quando si trova “messo alla prova” a confrontarsi con l’alterità. Meritatissimo l’Oscar 2005 come miglior film (ora disponibile anche in vhs e dvd). (a.s.)
C. Cardia, In Europa l’ora di religione non è un’eccezione ma la regola.
Carlo Cardia concorda su alcune tesi fondamentali presenti nell’intervento tenuto dal Cardinale Camillo Ruini sull’insegnamento della religione islamica nelle scuole italiane. Argomento spinoso, ovviamente, e sul quale è bene fare un po’ di chiarezza concettuale con un occhio rivolto alla situazione europea. Ci sono due condizioni fondamentali che “regolano” l’insegnamento delle religioni a scuola: innanzitutto la libertà per gli alunni e le loro famiglie di accostarsi o meno all’“ora di religione”; in secondo luogo, una sorta di condizione di coerenza tra la dottrina insegnata e i principi fondamentali che ispirano la società civile e i diritti fondamentali dell’uomo. Pertanto, continua Cardia, è necessario che esista un riferimento dottrinario piuttosto preciso e definito; l’Islam presenta, invece, una diversità di gruppi e di orientamenti teologici non di rado in conflitto tra loro. Oltre alla mancanza di un corpus concettuale oggettivo e riconosciuto, Cardia sottolinea il potenziale scontro tra alcuni modi di essere dell’islamismo e alcune questioni fondamentali per le nostre società (si legga: uguaglianza tra uomo e donna, diritti civili, libertà religiosa ecc.). Se quindi la possibilità giuridica, ovvero formale, dell’insegnamento dell’Islam in Italia è assolutamente garantita, perché questa diventi sostanziale e quindi foriera di un vero dialogo interreligioso e interculturale è necessaria una certa consapevolezza storica e sociale. (c.d.f.)
C. Galli, Declinare il declino, Il Mulino, 1/2006, pp. 16-25.
Dopo aver declinato il declino – voluto accostamento di due termini usati in accezioni diverse – dal punto di vista semantico e sotto il profilo economico, l’autore appoggia la sua analisi socio-politica su due recenti “Rapporti”. Secondo il Rapporto Sapir “L’Italia è un Paese in cui i ceti dirigenti vengono selezionati più sulla base delle appartenenze (e anche della nascita, quindi) che non del merito; in cui quindi la promozione sociale dei singoli è scarsa; in cui gli strumenti di formazione e di possibile elevazione della loro posizione sociale – la scuola e l’università – sono largamente inefficienti, anche perché su di essi si investe pochissimo, in paragone al livello europeo; in cui il ricambio generazionale delle élite è particolarmente lento; in cui insomma la società è ben lontana dal dinamismo e dalle possibilità di crescita economica legata all’innovazione (delle persone, dei saperi, delle pratiche) che è il modello di sviluppo e di legittimazione oggi vincente”. Il Rapporto annuale del Censis coniuga apertamente analisi del declino e riflessione sulla politica, e propone una prassi politica che si opponga al declino non limitandosi a iniettare ideologie neo-identitarie, ma riattivando dinamiche partecipative in una società che ha bisogno di democrazia prima ancora che di cantieri. (g.g.)
E.L. Geist, V.V. Titov, Costas E. Synolakis, Tsunami: sull’onda del cambiamento. Dopo il maremoto che alla fine del 2004 ha colpito l’Oceano Indiano gli scienziati hanno sviluppato nuovi sistemi per prevedere queste catastrofi, le Scienze, marzo 2006, pp. 94-101.
Sapevate che “Poiché uno tsunami viaggia in mare aperto alla stessa velocità di un aereo di linea (tra i 500 e i 1000 chilometri all’ora), le prime onde partite dalla zona settentrionale di Sumatra e dalle Isole Andatane hanno impiegato meno di tre ore per raggiungere Myanmar, Thailandia e Malaysia, a est, e Sri Lanka, India e Maldive, a ovest [… e che] undici ore più tardi venivano colpite anche le coste del Sud Africa, lontane 8000 chilometri, la distanza maggiore a cui sono state registrate vittime”? Tre scienziati americani fanno il punto sui progressi che sono stati compiuti, a partire dalle esperienze dei due più recenti e intensi tsunami mai verificatisi (quello disastroso del 26 dicembre 2004, e quello altrettanto intenso, ma per fortuna meno disastroso del 28 marzo 2005), per prevedere, grazie alle simulazioni al computer del most (method of splitting tsunami), i danni che producono i maremoti e la propagazione delle onde marine da essi provocate. Grazie alle informazioni raccolte sulla complessità di questi due eventi, è stato possibile simulare con grande precisione sia l’altezza delle onde, sia la massa d’acqua dello tsunami. Un’evacuazione tempestiva, un’educazione delle popolazioni delle zone a rischio a riconoscere i segnali e una pianificazione adeguate possono salvare migliaia di vite umane. (b.s.)
P. Onori, Obiettivi: crescere e ridistribuire, Reset, 3-4/06, pp. 6-7.
In poche nitide, quasi sommesse cartelle, l’Autore, ordinario di politica economica a Bologna e segretario di Prometeia, delinea il sostrato economico essenziale del programma Prodi-Ulivo. Un attacco al declino economico-sociale del nostro Paese il cui successo, non si dice ma appare tra le righe, è connesso al verificarsi e al concatenarsi di circostanze positive, interne ma anche internazionali, tali da configurare i rischi di una scalata di sesto grado superiore. Contenere il costo-concorrenza della “globalizzazione” sul nostro sistema produttivo, in condizioni demografiche avverse e alla luce di un rapporto deficit/pil prossimo al 110%, aumentare significativamente il tasso di crescita e “contenere la tensione distributiva sulle risorse” in presenza di un apprezzabile attacco al cosiddetto cuneo fiscale, disegnano veramente un sentiero arduo e stretto. In ordine al quale la …volontà dell’ottimismo è messa indubbiamente a dura prova. (d.f.)
M. Galeotti, Energia, ambiente e territorio: prove di futuro Governo, http://www.lavoce.info/, 23 Marzo 2006.
I programmi di centro-destra e centro-sinistra in tema di energia e tutela ambientale propongono misure comuni come la ricerca e il potenziamento delle fonti energetiche rinnovabili, la realizzazione di rigassificatori a garanzia della sicurezza degli approvvigionamenti, e soluzioni distinte in tema di energie alternative come il ritorno al nucleare, indispensabile per la destra, mentre a sinistra si preferisce affrontare organicamente gli aspetti di struttura con la proposta di costituzione di un’Agenzia nazionale per l’energia che definisca compiutamente un piano energetico ambientale. Le politiche di tutela dell’ambiente si esauriscono per il centro-destra con l’indicazione dei termovalorizzatori come soluzione dell’emergenza rifiuti. Più articolati e diffusi i progetti del centro-sinistra, che s’impegna alla realizzazione della Legge quadro omnicomprensiva per il governo del territorio. Entrambi i programmi rivelano un difetto di fondo: parlano molto del cosa ma sono generici ed elusivi sull’indicazione del come, cioè dei mezzi di realizzazione e soprattutto della quantificazione dei costi. Materie tabù che fatalmente precipiterebbero le argomentazioni verso la parola “tasse” innominabile in qualsiasi campagna elettorale. (m.r.g.)
M. Jones, Il mondo in una stanza, Internazionale, 24-30 marzo 2006.
Si chiama hikikomori. È il “nuovo” disturbo emotivo di cui soffrono gli adolescenti giapponesi. Si calcolano circa 320.000 casi, anche se si tratta di una patologia difficilmente stimabile. Colpisce soprattutto i maschi ed è in aumento. L’ hikikomori – traducibile con “ritiro” – definisce lo stato di una persona che resta chiusa nella sua stanza per mesi senza avere più nessuna vita sociale al di fuori della famiglia. Il “ritiro” può durare anni, con esiti difficilmente recuperabili. Il Giappone ha di recente incominciato a interrogarsi su questo fenomeno, che colpisce gli elementi più giovani della sua società. Pare si tratti di una sindrome di tipo culturale che nasce dal rifiuto di un modello stereotipato di produttivismo nipponico decisamente anacronistico in un Paese in evidente recessione economica. In pratica, il disagio nasce come reazione alle aspettative e alle pressioni esercitate dai genitori giapponesi sui loro figli, soprattutto maschi e soprattutto primogeniti, perché abbiano successo nella scuola e nella carriera. Se un ragazzo non riesce a seguire la strada che gli è stata tracciata, si sente inadeguato e cade in questa sorta di apatia cronica. La società giapponese non sembra essere più in grado né di prendersi cura dei propri figli, né tanto meno di insegnare loro a prendersi cura di se stessi. (a.g.)
T. Boeri, P. Garibaldi, Un percorso verso la stabilità, http://www.lavoce.info/, 26 Marzo 2006.
La situazione del mercato del lavoro si presenta molto simile in Italia e in Francia. Legislazione rigida per i lavoratori a tempo indeterminato con ampie tutele sindacali. Contratti molto flessibili e liberalizzati per le assunzioni a termine. Sia in Italia che in Francia le nuove assunzioni con contratti flessibili rappresentano attualmente oltre il 50% del totale, di conseguenza si è prodotto uno scontro intergenerazionale tra figli che si autodefiniscono generazione Kleenex, in quanto a perdere, senza certezze sul futuro, e padri insider, protetti all’interno della fortezza del sistema. Per uscire da questa situazione socialmente pericolosa occorrerebbe offrire ai giovani lavoratori un percorso a tappe graduali verso la stabilità con forme di protezione dell’impiego da strutturare con soluzioni diverse da Paese a Paese, idonee a scongiurare la disoccupazione quale esito probabile dei contratti flessibili. Indispensabile a tal fine l’impegno e la collaborazione del sindacato. (m.r.g.)
Il Monferrato Magazine, Report economico 2006, marzo 2006, pp. 152.
Si tratta del fascicolo (formato “Espresso”, per intenderci) che il bisettimanale casalese “Il Monferrato” pubblica, da diversi anni, in occasione della Fiera di San Giuseppe. Notevole è l’evoluzione progressiva del fascicolo, da catalogo degli espositori, arricchito (illustrato) da note economico-statistiche, a “rapporto economico” a sé stante, unico nel suo genere nell’editoria provinciale. Come del resto sono unici l’ispirazione, lo stile, la pazienza documentaria e illustrativa di Carlo Beltrame (già fondatore e direttore del cedres) cui si devono, non a caso, i quattro quinti del testo. Il contenuto economico-statistico, pur privilegiando il casalese-allargato, si estende spesso a dimensioni più vaste (provincia, regione, Italia, proiezioni internazionali) con esiti di “pronto servizio” apprezzabili ben oltre il Monferrato, basso o alto che sia. Le classifiche industriali per fatturato sono un classico, così come il banking, i rapportini di settore e i ragguagli demografici. Un particolare approfondimento, et pour cause, è dedicato al comparto del “freddo” percorso com’è noto da brividi di assestamento. (d.f.)
S. Vastano, La libertà è un club esclusivo, intervista a Ralf Dahrendorf, L’Espresso, 30 marzo 2006.
Muovendo dalla premessa che il codice più puro dell’etica liberale lo si ritrova soltanto nel pensiero di Erasmo da Rotterdam, Ralf Dahrendorf – già docente di sociologia in Germania, insegnante alla London School of Economics di Oxford, oggi membro della Camera dei Lord e guru dei liberali europei – propone nel suo saggio “Le tentazioni della illibertà. Gli intellettuali nel tempo della prova” la tesi provocatoria che in tutto il Novecento non si possano contare più di tre “pensatori liberi” degni dell’inventore dello spirito moderno, vale a dire Raymond Aron, Isaiah Berlin e Karl Popper. Tutti gli altri, nel migliore dei casi si sono limitati ad applicare le virtù erasminiane in modo elastico, fino a cedere talvolta alle tentazioni dell’illibertà – come Bobbio e Adorno –, nel peggiore ad appoggiare apertamente il totalitarismo. Dahrendorf ritiene che le ideologie antiliberali del ventesimo secolo, a differenza dei principi della libertà, portassero con sé una forte seduzione religiosa ed erotica in grado di affascinare non solo le masse ma gli stessi intellettuali. Opera tuttavia una distinzione rilevante tra nazifascismo e comunismo, dal momento che, mentre l’ideale del primo è di carattere apocalittico e fortemente personalizzato nella figura mortale del leader, e quindi del sistema stesso, quello del secondo si ispira invece a un’utopia messianica in grado di sopravvivere ai suoi creatori. Ancora oggi, sostiene sempre l’autore, l’uomo preferisce le sicurezze dell’eguaglianza e della redistribuzione della ricchezza alla libertà, che pure è il motore della civiltà e del progresso, freno contro ogni tipo di integralismo. La scelta dell’ordine plurale e democratico è quindi una questione di carattere morale: è semplicemente più ragionevole vivere in una società libera, nonostante in passato i teorici del pensiero liberale non abbiano dimostrato un grande coraggio nel “resistere”, in nome della loro indipendenza politica e intellettuale. Il loro non farsi partigiani, non farsi eroi li ha così confinati in un club ristretto e molto poco integrato, e non dobbiamo stupirci che così sia avvenuto, giacché da sempre chi non si schiera apertamente con una parte o l’altra viene, forse giustamente, considerato se non vigliacco perlomeno sospetto. (s.r.)
R. da Rin, La Svezia vince con la formazione, Il Sole-24 Ore, 5 marzo 2006, p. 9.
“Sì all’economia di mercato, no alla società di mercato”, che tradotto suona così: includere e rendere partecipi crea ricchezza, mentre l’emarginazione e l’espulsione dalla società spinge alla delinquenza. Quindi, recuperare e reinserire nell’attività produttiva chi ne viene espulso è una sorta di investimento sociale, di riconversione del capitale umano. Questa è la filosofia che ispira lernia, uno dei 115 centri di formazione svedesi creati con lo scopo di “riqualificare la forza lavoro”, vale a dire aiutare a vincere lo sconforto e la disperazione di chi perde l’occupazione. Niente assistenzialismo: la regola è che “il 70% dei disoccupati debbano essere riassunti entro 90 giorni dalla fine dell’attività formativa”. Massima trasparenza: vigila l’Autorità del mercato del lavoro, l’organo regionale costituito da sindacati, imprenditori e vice-ministri del welfare. La chiave del successo? È nel rapporto con le imprese e con i sindacati, i quali, anziché difendere e tutelare posti di lavoro fuori mercato, svolgono un ruolo “di indirizzo dell’offerta di lavoro verso nuove mansioni”. Un sogno? No. Una concezione moderna e funzionale del welfare al servizio della mobilità. (b.s.)
A. Faeti, P. Mastrocola, A. Nove, Cara Maestra. La retorica della missione, la fatica del mestiere; Scrivere le a tonde, mettere i puntini sulle i; Quel gessetto spezzato, La Stampa, ttL, 11 marzo 2006, p. 1.
Se vi siete persi questa pagina di Tuttolibri, andate a riprenderla e leggetela tutta di un fiato! Chi ha avuto la fortuna di fare una esperienza in una scuola elementare molto probabilmente andrà a leggere il libro recensito con maestria (è proprio il caso di dirlo), da Antonio Faeti, sulla “fatica del mestiere” del maestro. Chi, invece, vuole provare l’esperienza di ritornare per qualche istante bambino e sedersi nuovamente sui banchi di scuola, si goda due brevi, ma intensi e coinvolgenti ricordi. Il primo, di Paola Mastrocola, ci rammenta come “Una volta i grandi davano voti molto belli se facevi i compiti molto bene, e voti molto brutti se facevi i compiti molto male.” E, ancora: “Una volta non c’erano tante scuse: se sbagliavi, pagavi”. Il secondo, di Aldo Nove, ci fa rivivere invece un’esperienza comune: “All’asilo non c‘ero mai voluto andare. […] Scappavo perché non mi piacevano le suore con i baffi”. […] Poi, “In quinta elementare arrivò la sorpresa. Si presenta un maestro maschio. Non sapevo che c’erano anche i maestri maschi. Per me era come una suora maschio”. E giocando assieme, sia che fosse una “suora coi baffi” oppure una “suora maschio”, tutti noi abbiamo imparato a rimanere bambini. (b.s.)
A. Asor Rosa, Proibire Dante e Tasso?, La Repubblica, 14 marzo 2006, pp. 50-51.
In seguito alle recenti polemiche intorno alle “vignette sataniche”, ovvero intorno alla libertà della satira e al rispetto dovuto alle varie sensibilità religiose, Asor Rosa interviene con una serie di considerazioni che fanno meditare: se la maglietta di Calderoli è stata considerata offensiva della sensibilità religiosa, cosa dovremmo dire della Gerusalemme Liberata (dove si esalta la crociata cristiana) e della Divina Commedia (dove proprio il profeta, Maometto, viene raffigurato in una forma così sconcia da far impallidire qualunque maglietta – controllare per credere, Inferno, XXVIII, 22-63). Per essere corretti dovremmo allora tornare alla scuola gesuitica dove i passi inopportuni venivano puntualmente espunti? Dobbiamo inaugurare un’età di censura preventiva ove qualsiasi argomento in qualche modo connesso col sacro venga blindato per non suscitare qualcuna delle molteplici “sensibilità”? L’autore osserva che (contrariamente a illusioni piuttosto diffuse) la strada del “politicamente corretto” pare non essere in grado di aiutarci a risolvere questi problemi. Occorre invece esplorare seriamente la possibilità di una ulteriore delimitazione e relativizzazione del sacro. Nel contatto tra culture diverse, invece di rivendicare continuamente un impossibile assoluto rispetto, tutti dovrebbero imparare a rinunciare a qualcosa delle loro preziose “sensibilità”, tutti avrebbero qualcosa da imparare dal terreno laico del pluralismo e della tolleranza. (g.r.)
B. Spinelli, La rabbia dei precari, La Stampa, 21 marzo 2006, pp. 1, 11.
Guardando a ciò che sta succedendo in Francia in questi giorni con la rivolta giovanile, Barbara Spinelli ci avverte, in un articolo veramente degno di nota, che potrebbe trattarsi della “collera di una generazione che per la prima volta dal dopoguerra non conosce l’ascesa sociale ma conosce una discesa. È la collera di chi vede spezzarsi uno dopo l’altro – prosegue l’autrice – i fili che dovrebbero tenere stretta la società: il filo che lega una generazione alla successiva, il filo che lega la persona al sindacato chiamato a rappresentarla, il filo che dovrebbe annodare le aspirazioni di tutti coloro che dell’agire economico sono protagonisti”. L’ira cioè di “una generazione che non identificandosi più nel lavoro fugge verso identità sostitutive”, facilitata in ciò dall’indebolimento del sindacato e dall’impotenza dello Stato. In altre parole, potrebbe trattarsi dell’esplosione di un vero e proprio conflitto intergenerazionale tra la “generazione flessibile” e quelle “protette”: di quelle generazioni dei padri tutelate dal welfare, che hanno goduto (e stanno godendo nell’età del pensionamento) di un massiccio trasferimento di diritti (e di ricchezza) a loro vantaggio e a scapito di quello dei figli. (b.s.)
M. Mezzalana, Il navigatore ingenuo perde tutto, La Stampa, tst, 22 marzo 2006, p. 1.
Qualche giorno fa, aprendo la posta elettronica, mi sono ritrovato, tra le decine di messaggi spazzatura che ricevo ogni giorno, anche un paio di mail, apparentemente provenienti da un sito “Banco posta”. Poiché ho l’abitudine di non aprire messaggi che provengono da sconosciuti li ho gettati senza indugio nel cestino. E ho fatto bene: si trattava, infatti, dell’ennesimo tentativo di truffa perpetrato ai danni degli ingenui. Per metterci in guardia contro quella che può essere considerata come una vera e propria esplosione delle truffe via internet, l’autore di questo articolo, docente del Politecnico di Torino, ci consiglia di non confondere l’ingenuità con l’innocenza: “è quest’ultima che porta in Paradiso. La prima, anche nella vita terrena, può portare all’inferno: anche per chi naviga in rete”. (b.s.)
R. Amato, Ottimisti, risparmiatori e consumisti. Immigrati nuova frontiera del credito, http://www.repubblica.it/, 23 marzo 2006.
L’articolo riporta i risultati di una ricerca effettuata dal censis sulla propensione al risparmio e al consumo degli stranieri che vivono e lavorano in Italia. Emerge un quadro piuttosto interessante e contro intuitivo. Per esempio, risulta che gli immigrati, pur guadagnando il 40-45% in meno degli italiani, riescono a risparmiare il 15% in più. E, benché il 14% di tale risparmio si trasformi in rimesse, hanno una propensione all’acquisto di beni di consumo di gran lunga superiore al dato nazionale, accompagnata da una solvibilità di pochissimo inferiore. Una maggiore disinvoltura nel ricorso agli strumenti del credito al consumo, unitamente a una buona dose di imprenditorialità, completano il ritratto di questa fetta di popolazione, alla quale gli istituti finanziari cominciano a guardare con sempre maggiore attenzione. “Ma c’è un'altra caratteristica che rende i due milioni e mezzo di immigrati presenti in Italia un mercato appetibile per le banche, che si stanno attrezzando ad andare loro incontro: sono ottimisti, molto più ottimisti degli italiani”. (a.g.)
S. Rodotà, Ora di religione: è giusto insegnare la fede a scuola?, Diario di Repubblica, La Repubblica, 24 marzo 2006, p. 55.
L’Italia è uno stato laico. Molti ritengono che i caratteri dell’identità culturale nazionale siano strettamente connessi con i principi e con i valori delle religione cattolica: questo poteva essere vero fino a qualche anno fa. I grandi flussi migratori degli ultimi anni hanno coinvolto fortemente anche il nostro Paese e ne hanno profondamente trasformato la composizione in termini di confessione religiosa. I cristiani cattolici, sebbene siano ancora una maggioranza assoluta, si trovano a confrontare i propri dogmi con altre confessioni che cominciano a rivendicare uno spazio nella vita sociale e, naturalmente, formativa del nostro Paese. In particolare, sono state le comunità mussulmane a richiedere spazio nel sistema scolastico italiano. Le soluzioni che ci si prospettano sono, sostanzialmente, due. La prima è quella di permettere l’introduzione dell’insegnamento di qualsiasi confessione religiosa, rischiando di cadere nella trappola del multiculturalismo identitario, dove la cultura dell’altro è vista come minaccia e si rinuncia a priori alla sua comprensione e condivisione (Alberto Asor Rosa teme che “ il rispetto reciproco delle diversità” possa risolversi “in una sorta di sommatoria dei tabù”). La seconda soluzione – avallata dallo stesso autore – ricade sulla scelta di un insegnamento di storia delle religioni che permetterebbe di evidenziare i lati “buoni” e le mancanze delle singole confessioni, di inquadrarle storicamente e di fornire allo studente gli strumenti per costruirsi opinioni in merito all’eventuale tendenza religiosa da seguire. L’autore conclude con un “legittimo” appello al prossimo parlamento: una legge sulla libertà religiosa che rimetta in pari i tempi legislativi con quelli della società civile (a.d.s.)
G. Galletta, Così il filosofo Carl Schmitt sosteneva giuridicamente le leggi antisemite del Reich, Il Secolo XIX, 21 settembre 2005.
L’antisemitismo in genere e la soluzione parossistica che il regime hitleriano ha scientemente escogitato dovrebbero rimanere sempre là, in un luogo sicuro della nostra mente, come modelli da non imitare, paradigmi di sempre stretta attualità proprio perché, il primo ancora presente e strisciante, e la seconda una tragedia che resta insuperata. L’articolo di Galletta aiuta a ricordare non solo la portata drammatica di quell’evento, ma la diffusione di certe tendenze tra la popolazione, anche tra le persone moralmente e intellettualmente più ineccepibili. Citando il saggio di Yves Charles Zarka, docente di Filosofia politica all’Università di Parigi – “Un dettaglio nazi nel pensiero di Carl Schmitt” – e riproponendo integralmente il testo di un articolo del filosofo tedesco, “La costituzione della libertà”, pubblicato nel 1935 sulla Deutsche Juristen Zeitung, Galletta sostiene la tesi della razionalità opposta a quella della casualità o della coercizione nelle scelte di alcuni pensatori (in questo caso un teorico del diritto, ma vale anche per Heidegger e Gadamer), i quali si schierarono o sostennero apertamente il nazismo, le sue leggi e le sue assurde teorie razziste, nel caso di Schmitt arrivando addirittura a glorificarli, quando, probabilmente, neppure richiesto da Hitler stesso. Schmitt, nel “fondare giuridicamente” l’antisemitismo e nel giustificare in modo logico lo sterminio, individua nell’Ebreo quel nemico sostanziale o nemico pubblico della sua teoria, già presente nei lavori precedenti. Il pericolo attuale di questa concezione del nemico dello stato è appunto quello di giungere a individuare la minaccia in ogni straniero. Forse noi tutti siamo molto meno coerenti di Schmitt e di quegli individui che lui aveva deciso di appoggiare, ma, parafrasando Primo Levi, se ogni straniero è nemico e il nemico va combattuto o internato, allora ogni straniero andrebbe internato. (s.r.)
A. Sen, Non solo Occidente: cresce ovunque l’erba “democrazia”, Corriere della Sera, 3 aprile 2006, p. 14.
Quando ci si chiede se i Paesi occidentali possano “imporre” la democrazia al mondo non occidentale, la parola “imporre” rispecchia confusione, poiché implica che la democrazia “appartenga” in modo esclusivo all’Occidente, che sia un’idea “occidentale” che ha avuto origine ed è fiorita in Occidente. È un modo fuorviante di interpretare storia e democrazia. Quando a Roma, all’inizio del xvi secolo, l’eretico Giordano Bruno fu bruciato sul rogo a Campo dei Fiori, ad Agra l’imperatore gran Moghul Akbar, musulmano, aveva appena finito il grande progetto di garantire i diritti delle minoranze, compresa la libertà religiosa e l’incoraggiamento di discussioni tra i seguaci dell’Islam, dell’induismo, del giainismo, dell’ebraismo, dello zoroastrismo e di altre fedi, inclusi gli atei. Considerare i dissidenti iraniani che vogliono un Iran democratico non come sostenitori del loro Paese, ma come “ambasciatori dei valori occidentali” aggiunge il danno alla beffa, trascurando la storia iraniana, con l’uso della democrazia a Susa o Shushan, nell’Iran sud-occidentale, già 2000 anni fa. (m.m.)
Presentiamo, di seguito, alcune segnalazioni di articoli interessanti
da La Repubblica
Ø G. Lerner, L’uomo flessibile, 22 marzo 2006. I predicatori della flessibilità del mondo del lavoro – industriali, imprenditori e uomini d’affari – sono disposti a dare il buon esempio e ad assumersi il rischio di impresa?
Ø M. Cavallieri, Lezione di arabo, è record di iscritti, 22 marzo 2006. Nelle università italiane crescono in maniera esponenziale i frequentanti di corsi di lingua araba. Effetto dell’11 settembre, ma non solo.
Ø E. Franceschini, Oxbridge, l’educazione dei padroni del mondo, La Repubblica, 26 marzo 2006.
Ø A. Giddens, Quei campus dove si fabbrica il nostro futuro, 26 marzo 2006. Il primo articolo è un reportage sulle modalità di selezione delle matricole e sui metodi di insegnamento in una delle università più prestigiose del mondo. Il secondo propone una serie di riflessioni sullo stato delle università europee, unitamente a possibili “ricette” per adeguarle agli standard americani.
da Internazionale
Ø H. Mankell, Parlateci della vera Africa, 3-9 marzo 2006. Questa, in sintesi, la tesi dell’articolo: “Attraverso le immagini diffuse dai mezzi d’informazione sappiamo come muoiono gli africani, ma ignoriamo il modo in cui vivono”.
Never say never again, The Economist, february 25th 2006.
Ancora sul Darfur (vedi “L’Associazione Segnala” febbraio 2006). L’evolversi della situazione alla vigilia della scadenza del mandato delle truppe dell’Unione Africana e del recente intervento del presidente americano Bush, richiama l’attenzione sulla sorte di milioni di persone che dal 2003 sono coinvolte nel conflitto più sanguinoso del pianeta. L’Economist dipana in modo rigoroso le radici dei problemi che hanno prodotto questa complessa situazione: in particolare si concentra sulla aperta e nota militanza del governo sudanese alla causa del terrorismo islamico, fatto questo che avrebbe allontanato l’Occidente fino a questo momento da un intervento diretto in un’efficace operazione di peace-keeping. Nello stesso tempo, si interroga sull’adeguatezza della Forza multinazionale delle Nazioni Unite, che giudica militarmente poco qualificata ad intervenire su un terreno di guerra così difficile. L’esigenza di difendere le frontiere del Darfur, di impedire all’esercito sudanese e alla milizia janjawita di proseguire i loro attacchi, che proseguono nonostante siano ufficialmente smentiti, deve indurre il Consiglio di Sicurezza dell’onu, secondo l’Economist, ad affidare l’incarico alla nato, l’unica forza attualmente in grado di portarlo avanti con qualche possibilità di successo. (l.f.)
S. Zappi, “Il pcf (Partito Comunista Francese) crede nella sua rinascita”, Le Monde, 25 marzo 2006.
Abbandonare per un poco le torride cronache politiche italiane di questo periodo per immergersi in quelle dei cugini d’oltralpe non è forse una cattiva idea. L’articolo si occupa del Partito Comunista Francese e cerca di fotografarne lo “stato di salute” attuale. Emerge, seppur in assenza di analisi approfondite, la percezione di un momento di svolta, di inversione della tendenza del declino. Il fatto che la segreteria nazionale si trovi ora in mani femminili costituisce un ulteriore motivo di interesse. Corredano l’articolo, l’intervista a un politologo sul futuro del pcf e le osservazioni di un professore universitario in merito alla violenza nei cortei. (b.b.)
(hanno collaborato a questo numero: bartolomeo berello, ciro de florio, alessio del sarto, lorenzo formica, dario fornaro, arianna gandini, mariarita gelsomino, giorgio guala, marco madonia, rosmina raiteri, giuseppe rinaldi, sergio rubatto, bruno soro, alessia spigariol)
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